Leonard Cohen incontra Marianne. Tamar Hodes, “Un amore a Hydra” – recensione di Iannozzi Giuseppe

Un amore a Hydra – Tamar Hodes

Da lassù Leonard Cohen e Marianne sorridono

di Iannozzi Giuseppe

Tamar Hodes - Un amore a Hydra - Scritturapura

Leonard Cohen trascorse un bel po’ di tempo a Hydra, una piccola isola greca situata nel golfo Saronico, che negli anni sessanta ospitò diversi artisti in cerca di se stessi.
Quando arriva sull’isola, Leonard ha già al suo attivo un album di reading (Six Montreal Poets, 1957) e “Confrontiamo allora i nostri miti” (Let us compare mythologies, 1956); sull’isola greca porterà a compimento la silloge “Le spezie della terra” (The Spice-Box of Earth, 1961), scriverà due romanzi, “Il gioco favorito” (The Favourite Game, 1963) e “Belli e perdenti” (Beautiful Losers, 1966), darà vita alla sua terza raccolta poetica dal titolo “Fiori per Hitler” (Flowers for Hitler, 1964), scriverà le canzoni che confluiranno in “Songs of Leonard Cohen” (1967) e alcuni brani che invece faranno parte di “Songs from a Room” (1969), il suo secondo lavoro discografico.

Con grande dovizia di particolari riguardanti Hydra, Tamar Hodes conduce il lettore in un angolo di mondo che potrebbe essere una sorta di piccolo Eden, non fosse per il fatto che nessun luogo sulla Terra è mai veramente perfetto. A ogni modo, la vegetazione è incorrotta e rigogliosa, gli abitanti sono affabili quanto basta, e un gran numero di artisti dona all’isola un’aura quasi magica, sono infatti tante e lunghe le discussioni sull’arte, la scrittura, la pittura, la filosofia che, all’aperto o in casa, si portano avanti per ore e ore, non di rado alzando il gomito. Leonard Cohen e Marianne Ihlen, George Johnston, Charmian Clift, Norman Peterson, Anthony Kingsmill, Gordon Merrick sono soltanto alcuni dei personaggi che popolano Hydra: il desiderio di un po’ tutti è quello di riuscire a dare un senso alla propria vita, e non solo sotto un profilo prettamente artistico. Leonard, stanco della plumbea atmosfera londinese, ha deciso di nascondersi, si fa per dire, sulla luminosa isola greca: ha venticinque anni, sa già suonare la chitarra, e in testa gli frullano davvero tante idee, che solo aspettano di essere organizzate in maniera logica e precisa. Passa le sue giornate sulla sua macchina per scrivere Olivetti, scrive senza posa, più che mai deciso a diventare un artista completo; all’improvviso la vede, è Marianne, è bella, è la donna più bella e bionda che lui abbia mai visto. Non appena i loro sguardi si incrociano, entrambi capiscono che sono destinati ad amarsi. Nel corso della maturità, ricordando gli anni trascorsi a Hydra, durante una intervista, Cohen si esprimerà così: «Era come se tutti fossero giovani, belli e pieni di talento, ricoperti da una specie di polvere d’oro. Tutti avevano qualità speciali e uniche. Questo è, naturalmente, il sentimento della giovinezza, ma nella gloriosa atmosfera di Hydra, tutte queste qualità furono amplificate». Cohen comincia a frequentare la comunità bohémienne dell’isola, perché oramai l’ha vista e la vuole, vuole Marianne, la donna perfetta, la dea bionda dalla pelle di raso. Leonard si lega a Marianne; lei ha già un bambino, è sposata con Axel Jensen, ma è come se non lo fosse. Axel ha una amante e questo lei non lo può accettare. Jensen è uno scrittore dal carattere insopportabile,è un traditore che non la rispetta, ma ciò che è peggio è che non rivolge attenzione alcuna al figlio, praticamente è come se per lui non esistesse. La donna sa bene che il suo matrimonio è fallito da un pezzo. Marianne si trasferisce dal giovane poeta Cohen e, almeno per un po’, i due amanti vanno d’amore e d’accordo, tanto più che Leo adora il piccolo Axel Joachim. Leonard è ispirato, è chiamato, è predestinato: non può fare a meno di scrivere, e per riuscire a stare dietro alla scrittura ha bisogno di grande concentrazione. Ama follemente Marianne ma anche la scrittura. Non è facile per Cohen concentrarsi su due fronti. Marianne intuisce che il suo amante è destinato a diventare qualcuno: non vuole in alcun modo essere un possibile ostacolo per l’uomo che ama. Sull’isola greca di Hydra, Leonard Cohen scriverà “Bird on the Wire” e “So long, Marianne”, due canzoni (poesie) che faranno conoscere la bella modella svedese a un po’ tutto il mondo. I genitori di Tamar Hodes erano a Hydra, erano dei membri attivi della comunità di artisti ed ebbero modo di conoscere da vicino Leonard Cohen. Quando il poeta-cantautore lasciò l’isola, consegnò nelle mani del padre di Tamar, di cui era amico, i diari che aveva tenuto in quel tempo, nei quali descrive il suo rapporto amoroso con Marianne e la vita a Hydra. Per scrivere “Un amore a Hydra”, Tamar Hodes ha preso spunto dai diari che il padre le ha lasciato, siamo dunque di fronte a un romanzo in cui la finzione sposa la realtà, quella realtà che Leo ha avuto modo di percepire e interpretare secondo la sua non poca acuta sensibilità. “Un amore a Hydra” non racconta soltanto la storia fra Leonard e Marianne: un po’ tutti gli artisti che negli anni sessanta hanno soggiornato a Hydra, pur avendo una famiglia, hanno allacciato nuove relazioni, relazioni che in alcuni casi si sono rivelate fallimentari se non addirittura pericolose. Ad esempio, l’autrice non può fare a meno di evidenziare e raccontare il complicatissimo rapporto fra George Johnston e Charmian Clift. I due artisti, marito e moglie, si amano e si odiano allo stesso tempo; leggendo le pagine che parlano di loro, non si può far a meno di notare che amore e odio, luce e oscurità, li avvolgano, e solo di rado, per pochi momenti, la luce riesce a far indietreggiare la sua nera antagonista.

La fama di Leonard Cohen si estende, il suo nome passa di bocca in bocca, e nel giro di poco tempo viene apprezzato e contattato da artisti già parecchio affermati come Bob Dylan, Judy Collins, etc. etc. Le ammiratrici arrivano a Hydra con il solo scopo di conoscere il poeta, il cantautore che canta di una certa Suzanne… Marianne è felice per il suo amante, ma non è stupida: Leonard, presto, non sarà più soltanto suo, dovrà condividerlo con le fan che si gettano letteralmente ai sui piedi. La bella svedese ne è sicura, non intende trascorrere nell’ombra i prossimi anni della sua vita: decidere di vivere insieme al suo bel canadese sarebbe un errore, per lei e per suo figlio. Impossibile rimandare decisioni, concedersi ancora un po’ di tempo: la giunta militare fascista ha già cominciato ad allungare la sua possente ombra sulla comunità.

Tamar Hodes racconta gli anni felici di Leonard e Marianne, adoperando una sapienza descrittiva che non scade mai nella melensaggine: personaggi e situazioni sono presentati senza censure e abbellimenti di sorta, riuscendo così a farsi amare anche dal lettore più esigente. E, forse, in questo preciso momento, da lassù, in mezzo a mille gardenie, Leonard Cohen sta sorridendo insieme alla sua musa bionda.

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Un amore a Hydra. La storia di Leonard Cohen e Marianne Ihlen

Un amore a Hydra. La storia di Leonard Cohen e Marianne Ihlen – Tamar Hodes – Scritturapura Casa Editrice – Collana: Paprika – Traduttore: Roberta Donvito – Prima edizione: maggio 2021 – Pagine: 286 p., Brossura – ISBN: 9788897924692 – Prezzo: € 20.00

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“La giostra dei pellicani” di Ernesto Berretti. Intervista all’Autore, a cura di Iannozzi Giuseppe

Ernesto Berretti

Intervista all’Autore

La giostra dei pellicani

Per proteggere i propri affetti, non sempre si ha altra scelta se non “salire sulla Giostra”. Ecco, con questo libro vorrei suscitare anche questa riflessione in chi legge: «Io cosa avrei fatto al posto dei personaggi?».

di Giuseppe Iannozzi

La giostra dei pellicani - Ernesto Berretti

1. Ernesto Berretti, “La giostra dei pellicani” (Watson edizioni) è il tuo romanzo pubblicato, un lavoro che ti ha dato un po’ di filo da torcere, una storia difficile da mettere nero su bianco. Ma dopo dieci anni, “La giostra dei pellicani” è una realtà. Quali sono state le difficoltà che hai dovuto affrontare durante la stesura di questo tuo lavoro?

Più che difficoltà le definirei “variabili”. Su tutte, il fatto che l’aver avuto la grande opportunità di ricevere opinioni e commenti da personaggi del calibro di Leo Gullotta, Giancarlo De Cataldo e Gino Saladini (per citarne alcuni), ha però comportato revisioni e riscritture. Un’altra? L’interruzione per dedicarmi alla stesura del romanzo “Non ne sapevo niente”, pubblicato grazie alla curiosità con cui Diego Zandel (direttore di collana di Oltre Edizioni) ne ha sollecitato la scrittura. Ancora? Ho dovuto fare i conti con gli “attento a ciò che dici” o agli “evita il cliché”. E talvolta mi hanno messo all’angolo realtà che ignoravo e che, a quel punto, ho deciso di condividere perché, come ha detto la mia amica Valeria Bonaiti: «Sarà rischioso, ma tutto va detto perché la storia non va dimenticata mai». Ogni stesura è stata davvero appassionante, e sono certo che ciò che ha catturato me e l’editore di Watson Ivan Alemanno, catturerà anche i lettori.

2. “La giostra dei pellicani” racconta la storia di un ragazzo innocente che deve dichiararsi colpevole di omicidio di due carabinieri. È il solo modo che ha per far sì che la sua famiglia non venga sterminata dalla ‘ndrina. Oggi, dopo non pochi sconvolgimenti che hanno portato all’arresto di tanti malavitosi, è possibile dire che la ‘ndrangheta è stata sgominata?

Caro Giuseppe, non sai quanto vorrei poterlo dire. Ma purtroppo, come trapela anche dal mio romanzo, in contesti in cui il sistema legislativo non garantisce le necessarie tutele ai cittadini, temo che il bene assoluto non vince sul male senza esserne almeno contaminato.

3. Nel tuo romanzo appaiono (e scompaiono) tanti personaggi, ma il povero Duccio e don Michele sono protagonisti fino alla fine. Don Michele è un uomo senza scrupoli, non troppo intelligente ma capace di qualsiasi nefandezza. “La giostra dei pellicani” nasce dal racconto che un clochard ti ha fatto nel lontano 2012. Ernesto Berretti, non credo che siamo di fronte al resoconto fedele che hai avuto modo di ascoltare, sicuramente ci sono molti elementi inventati, necessari per dare una struttura ben definita alla narrazione.

Chi mi ha raccontato la sua storia, evidentemente, ha voluto liberarsene dopo una vita di “cautele”: io ho voluto proteggerlo dall’eventuale riconoscimento modificando riferimenti, nomi e località. E sì, diversi elementi sono stati costruiti proprio per svincolare la storia dal soggetto reale, mantenendola però plausibile nella sua tragicità.

4. Ne “La giostra dei pellicani” non c’è solo la storia di Duccio, ci sono anche degli accenni a molti fatti criminosi che negli ultimi cinquanta anni del Novecento hanno sconvolto l’Italia. Duccio è vittima di un destino crudele? Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato?

Sono diverse le vittime in questa storia. Duccio lo è, suo malgrado: accetta di esserlo per salvare la propria famiglia dalla vendetta del boss che ha saputo della sua presenza sul luogo dell’uccisione di due carabinieri. Ci sono circostanze in cui anche rendersi invisibili non è possibile. E per proteggere i propri affetti, non sempre si ha altra scelta se non “salire sulla Giostra”. Ecco, con questo libro vorrei suscitare anche questa riflessione in chi legge: «Io cosa avrei fatto al posto dei personaggi?».

5. Un giovane giornalista prende a cuore il caso del giovane Duccio, non crede infatti che il ragazzo, non ancora maggiorenne, sia il vero assassino. Troppi dubbi e troppe incongruenze lo portano a formulare delle domande pericolose; le mette nero su bianco, le pubblica sul giornale locale, e la ‘ndrina, ovviamente, lo mette a tacere, costringendolo ad allontanarsi dalla Calabria. È un mestiere difficile e pericoloso quello del giornalista che vuole risalire alla verità, non è forse così?

A mio parere, per farlo non ci si può esentare dal dire tutto e, perciò, in certi contesti, è indispensabile quel mix di coraggio e incoscienza che espone spesso in modo irreversibile. Ma questa non è prerogativa esclusiva dei giornalisti: ci siamo NOI (quelli che fanno il loro dovere con responsabilità e senso civico) e ci sono LORO (quelli che fanno di tutto per evitarlo). Penso ad Antonio Guarisco, il candidato sindaco di Burgio ferito nell’attentato del 1946 di cui parlo nel prologo, che cosciente del pericolo cui andava incontro ha comunque governato il paese.

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“Il male peggiore – Storie di scrittori e di donne” di Giuseppe Iannozzi (Edizioni Il Foglio, 2017)

“Il male peggiore – Storie di scrittori e di donne” di Giuseppe Iannozzi (Edizioni Il Foglio, 2017). Recensione

di Giusy Locatelli

Il male peggiore (storie di scrittori e di donne) - Iannozzi Giuseppe - Ass. Culturale Il Foglio / Edizioni Il Foglio

Se vi piace il caffè amaro, questo libro è per voi. “Il male peggiore – storie di scrittori e di donne”, descrive un’umanità spaesata e alla deriva in un disincanto che si trascina di storia in storia. Inizia con un racconto a capitoli dove Giacobbe, un giovane e impacciato scrittore ebreo, ci introduce nei meandri della psiche umana, dei suoi dubbi e disagi, di un’insoddisfazione diffusa. Procede con una raccolta di racconti brevi che ci parlano di scrittori più o meno famosi o di semplici comparse; di donne viste con gli occhi degli uomini e da loro interpretate; di anime smarrite in macabri gironi; di un’umanità putrida e ormai senza speranza, persa nella più bieca deviazione. Nonostante questo, la penna di Iannozzi sa essere tanto incisiva quanto lieve e il linguaggio dell’anima tradisce la sua poesia. Certe immagini ed espressioni annullano, da sole, ogni più feroce cinismo, mentre alcuni racconti carichi di lirismo si rivelano delle perle che rasentano il sublime. Dopo averci lanciati negli infernali gironi della vita, Giacobbe ricompare sul finale in un capitolo che riannoda tutti i fili delle storie rendendo la raccolta un vero e proprio romanzo. Svelandoci che forse gli scritti sono i suoi, si rivela come l’alter ego dell’autore che parla non solo di scrittori e di donne, ma anche di se stesso come scrittore e delle proprie delusioni amorose. Perché esattamente di questo parla il libro, a ben guardare: di Amore. Ma di quello perso, negato, bramato fino a distorcerne la visione e il significato più puro. È così che resta solo la delusione. Un vuoto lasciato da perfide donne che non aprono il proprio cuore, ma anche dalla presa di coscienza dell’inutilità della scrittura. E il male peggiore? Lo sceglierete voi.

Un libro sicuramente non alla portata di tutti, perché non è mai facile mirarsi allo specchio dell’abisso umano.

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L’autore:

Giuseppe IannozziIannozzi Giuseppe: (Torino, 1972) è scrittore, giornalista, critico letterario e blogger. È autore dei romanzi Angeli caduti (Cicorivolta edizioni, 2012), L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta edizioni, 2013), La cattiva strada (Cicorivolta edizioni, 2014), La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2013). Nel 2016 ha curato e tradotto gli apocrifi bukowskiani Bukowski, racconta! (Edizioni Il Foglio, 2016); nel 2017 ha pubblicato la sua prima antologia poetica, Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen (Edizioni Il Foglio). Ha inoltre scritto introduzioni e critiche per diversi autori. Attualmente collabora con diverse testate online e non.

Rassegna stampa e altre info:

“Il male peggiore” e “La lebbra” (Edizioni Il Foglio) – Due romanzi di Giuseppe Iannozzi – Disponibili su tutte le librerie online

Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne – Giuseppe Iannozzi – Il parere di critici, scrittori, lettori

Il male peggiore. Storie di scrittori e di donneGiuseppe IannozziAss. Culturale Il Foglio – Collana: Narrativa – Pagine: 340 – ISBN:  9788876067167 – Prezzo di copertina: 16,00 €

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“Notti di Versi Insonni. Diario di veglia” di Josyel (Giusy Elle). Intervista all’Autrice

“Notti di Versi Insonni. Diario di veglia”

Josyel. Intervista all’Autrice

Come essere toccati dalla mano di Dio!

di Giuseppe Iannozi

Josyel, “Notti di Versi Insonni. Diario di veglia” (StreetLib)

1. Josyel, “Notti di Versi Insonni. Diario di veglia” (StreetLib) è la tua prima prova poetica, un esordio che non lascia indifferenti. Prima di parlare delle tue poesie, potresti darci qualche delucidazione sul tuo nome d’arte?

Buongiorno a te, Giuseppe. All’anagrafe sono Giuseppina, una tua omonima, ma vengo chiamata da sempre in molti modi diversi; avendo poi svariati hobby, preferisco usare pseudonimi specifici per ogni attività. Tutti derivano dai miei nomi o soprannomi: nello specifico Josyel deriva da Giusy Elle (nome utente per Facebook) come da Giusy L. (la mia firma in documenti non ufficiali) e si ispira alla figura di Jophiel, l’arcangelo guardiano dell’Albero della Vita nel giardino dell’Eden. Il suo nome significa “Bellezza di Dio” e il suo compito è quello di mostrarci la bellezza del mondo che ci circonda e l’armonia delle cose oltre che essere fonte di creatività artistica e illuminazione. Mi sembrava il nome perfetto per il mio ruolo in ambito letterario, ma anche perché mi identifica appieno nel mio bisogno di estetica e desiderio di comunicare il bello. Ho la fortuna di operare in vari ambiti artistici, a partire dal mio lavoro come orafa, e la bellezza è il mio pane quotidiano, senza il quale vivrei male.

2. Le poesie che sono in “Notti di Versi Insonni. Diario di veglia” sono nate durante il periodo del lockdown 2020. Sei stata presa da una ispirazione incontenibile e non hai potuto fare a meno di mettere nero su bianco le tue emozioni, non è forse così?

Per essere più precisi, con il lockdown è iniziata la mia lunga fase di insonnia, protrattasi per ben nove mesi, durante la quale dormivo solo un ciclo di sonno al mattino, senza per questo soffrire di stanchezza durante il giorno. Le poesie sono nate invece nei mesi di giugno e luglio, quando ormai ero rientrata al lavoro. Dopo aver tentato svariate soluzioni al problema dell’insonnia, senza miglioramento alcuno, mi sono abbandonata alla situazione, accettando l’idea di dover passare lunghe ore immobile a letto. È in questo stato di attenzione e lucidità mentale, combinata all’inoperatività, che mi si sono “spalancate le dighe del sapere” (Notte 1, 1/6/2020). Come in un flusso di coscienza, giunta da non so dove, nella mia mente vuota si sono palesate parole e frasi con tale insistenza da esigere la trascrizione. Per un paio di mesi ho fatto quindi un lavoro di raccolta di questa esperienza notturna (da cui il sottotitolo di diario) che non ha richiesto da parte mia sforzi particolari, concentrazione o pianificazione di alcunché. Quindi sì, posso dire di aver vissuto un periodo di reale ispirazione, un susseguirsi di epifanie concretizzate in questa raccolta di versi.

3. Essere ispirati è (un po’) come essere toccati dalla mano di Dio? Non sono pochi i poeti convinti d’esser stati ispirati da una forza divina e che, nel corso dei secoli, hanno vergato poemi e testi alquanto visionari.

L’ispirazione viene dall’alto, dal mondo oltre l’inconscio stesso, per cui se crediamo che lì dimori Dio, allora si può dire di essere stati “toccati dalla mano di Dio”. Lungi da me però ritenermi ispirata da una forza divina! O, ancor peggio, di essere portavoce di un messaggio divino. Diciamo che ci sono state contingenze particolari, magari soltanto una chimica corporea che ha stimolato aree specifiche del mio cervello, in grado di scatenare questo “furore poetico”.

4. La tua silloge poetica si compone di versi semplici, diretti ed estremamente profondi, e solo di rado sono leggermente criptici. “Stasera/ dovrei stirare/ le pieghe della mia mente/ Inamidare/ in forma perfetta/ le idee più geniali// Ma stasera/ magari/ vorrei anche dormire/ tralasciando i segni/ di centrifuga memoria.” (Notte 12, 18/06/2020) La profondità espressiva si raggiunge grazie alla semplicità?

Credo che la profondità espressiva si possa raggiungere in vari modi: con la scelta mirata delle parole, usando immagini forti e precise, scavando nel proprio sentire ed estraendone il succo. Per far questo non serve usare necessariamente parole forbite o ricami letterari, a volte solo decorazioni estetiche che non aggiungono alcunché al messaggio centrale del componimento. Parole semplici e crude, piazzate in modo strategico, possono essere invece più potenti di altre colte e ricercate.

Di sicuro, con la semplicità si ottiene una comunicazione efficace e ad ampio raggio. Molti lettori non avvezzi alla poesia hanno infatti sottolineato questa cosa di aver compreso in maniera forte e immediata il contenuto dei miei versi. Anche recensori dediti per lo più alla prosa hanno goduto con piacere e sorpresa di questa silloge di poesie. A conti fatti, al tempo odierno, un’espressione poetica di questo tipo, più moderna e “alla portata di mano”, può dare nuovo slancio a un genere letterario che a molti incute suggestione.

Comunque io sono così, schietta e diretta e non avrei saputo esprimermi in maniera diversa.

Giusy Elle (Josyel)
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“Eredità colpevole” di Diego Zandel: “Il Giorno del Ricordo è la celebrazione di una pagina di storia nazionale, e non di una qualche parte politica”. Intervista all’Autore

Diego Zandel

Intervista all’Autore di

Eredità colpevole

Il Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata è la celebrazione di una pagina di storia nazionale, e non di una qualche parte politica.

di Giuseppe Iannozzi

Eredità colpevole - Diego Zandel - Voland

1. Diego Zandel, “Eredità colpevole” (Voland Edizioni) è il tuo ultimo lavoro pubblicato, un romanzo che vede protagonista Guido Lednaz, giornalista e scrittore. In Lednaz, figlio di profughi fiumani, c’è molto del tuo vissuto, è evidente.

Certamente. Non a caso il cognome del protagonista, io narrante della storia, è palindrono del mio. Non è la prima volta che lo uso: c’è anche ne “I confini dell’odio” e nel prossimo che sto scrivendo ispirato all’acquisto, quasi trent’anni fa ormai, di Telekom Serbia da parte degli italiani.

Diego Zandel

2. Il criminale di guerra titino Josip Strčić (personaggio liberamente ispirato a Oskar Piškulić, capo della polizia di Tito, autore degli eccidi nelle foibe) viene processato in Italia e assolto a causa di un difetto di giurisdizione. Una volta emessa la sentenza di assoluzione, il giudice La Spina viene freddato a colpi di pistola; l’attentato viene rivendicato da un sedicente gruppo di estrema destra che si firma Falange Nera. Diego Zandel, “Eredità colpevole” è un giallo che condanna fortemente il fascismo, evidenziando che gli esuli e i loro figli non devono essere strumentalizzati dalle forze politiche, siano esse di destra siano esse di sinistra.

Credo che solo se si capisce che il Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata, ancora troppe volte criticato, dal momento della sua istituzione nel 2004, è la celebrazione di una pagina di storia nazionale, e non di una qualche parte politica: sfugge, infatti, a non pochi polemisti e commentatori che la cessione alla ex Jugoslavia di gran parte della regione Venezia Giulia, a esclusione di Trieste e di una piccola parte della sua originaria provincia, è stato il tributo che l’Italia ha dovuto pagare per una guerra persa da tutti gli italiani, visto che le nostre forze armate erano composte da militari provenienti dalle più disparate regioni, dalla Sicilia al Piemonte. Così come gli istriani, fiumani e dalmati, vivendo sulla linea di confine, sono state le prime e uniche vittime sacrificali delle colpe compiute dall’esercito italiano in Slovenia e nei territori dell’ex Regno di Jugoslavia, esercito comandato da generali come il modenese Roatta e il romano Pirzio Biroli. Per vendicarsi, gli uomini di Tito non sono venuti fino a Bari o a Palermo, a Napoli o a Firenze, a Roma o a Milano o Torino. No, si sono fermati a Fiume e a Trieste e hanno fatto strame non solo dei nemici, ma anche di tutti coloro, partigiani e antifascisti innanzi tutto, che si opponevano all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia. E tutto ciò anche con la complicità ben testimoniata da tanti documenti e azioni del Partito Comunista ItalianoGli eventi successivi, ovvero l’effettiva annessione ad essa di gran parte della Venezia Giulia in seguito al Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, avrebbero travolto quel mondo abitato da persone appartenenti a etnie diverse, italiani, croati e sloveni, abituate da secoli a convivere in pace insieme, realtà testimoniate dall’ampia presenza sul territorio di famiglie miste: io stesso sono di famiglia italo-croata. Un equilibrio – anche questo non va assolutamente dimenticato – la cui rottura va imputata inizialmente al fascismo e alle sue leggi liberticide, come la chiusura delle scuole di lingua croata e slovena, il divieto di parlare croato o sloveno nei luoghi pubblici, l’italianizzazione forzata dei cognomi. Una rottura che il regime di Tito, poi, seppur all’insegna di facciata dello slogan “Fratellanza e unità”, ha perpetuato con il determinato intento di ridurre, fino a sfiorare la pulizia etnica, la presenza italiana in Istria e a Fiume, così da costringere la stragrande maggioranza della stessa a lasciare la propria terra, la propria casa, il proprio lavoro, la famiglia, le tombe dei propri cari. I quali, raggiunta la madre patria Italia, hanno dovuto subire l’onta della propaganda: da una parte di coloro, all’estrema sinistra, che li definiva fascisti, dall’altra, all’estrema destra, che strumentalizzava, in chiave anticomunista, la loro tragedia, così avvalorando ingiustamente il profilo politico di un popolo che, nella realtà, non era dissimile al resto d’Italia. E che ad essa, a questo Paese, anzi, ha dato qualcosa di più, soprattutto i tanti, tantissimi, che nonostante abbiano combattuto per liberare la loro terra dal nazifascismo, sono stati costretti a lasciare quella stessa terra. Perché la “Fratellanza e unità” di Tito era solo un imbroglio, un paravento dietro il quale si celavano le sue mire annessionistiche.

3. Alcuni personaggi presenti in “Eredità colpevole” non sono affatto convinti che in Italia sia possibile ottenere giustizia per gli infoibati e gli esuli (Istriani, Fiumani e Dalmati), ritengono infatti che il sistema giudiziario italiano sia corrotto e nelle mani della sinistra italiana. Lednaz non nasconde le sue simpatie nei confronti della sinistra, e più volte batte il tasto che lui crede nella democrazia e non nella violenza.

Non credo sia questione di destra o di sinistra. Quello che ho cercato di far emergere nel romanzo è che gli esuli giuliano-dalmati non possono essere considerati tutti dei fascisti perché fuggiti dal paradiso socialista titino, ma, come ho detto più sopra, tra essi c’erano molti antifascisti che, durante la guerra hanno combattuto contro i nazifascisti per liberare la loro terra da questi, non per poi cederla alla Jugoslavia. Mio padre stesso, giovanissimo, è stato partigiano nella XXa Divisione della 4a Armata, ma a un certo momento, dopo aver assistito a colpi alla nuca e a impiccagioni e sparizioni di persone innocenti, ha disertato quando, tra queste, ha visto il suo amico istriano, Belletti, partigiano con lui, essere ucciso dagli stessi partigiani. Allora  ha capito quali erano le loro vere mire. Ma potrei portare molti esempio: il fiumano Leo Valiani, l’autonomista Riccardo Zanella, che scelse di andare a combattere tra i maquis in Francia, l’anarchico Nicolò Turcinovich che, tornato in Istria dopo essere stato internato a Ventotene, rischiò di essere ucciso da titini, e andò a combattere in Liguria dove visse il resto della sua vita, tutto il CLN triestino, dal quale il PCI si cavò fuori per volontà del PC Sloveno, come bene raccontò Quarantotti Gambini nel suo “Primavera a Trieste” sui 40 giorni di occupazione titina del capoluogo giuliano. Emblematica, in questo senso, la strage del 7 febbraio 1945, quando una formazione di gappisti comunisti italiani uccisero, presso le malghe di Porzüs, 21 partigiani della Divisione Osoppo, di tendenza azionista e cattolica (tra i morti ammazzati Francesco De Gregori, zio del cantautore, e Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo), i quali combattevano contro i nazifascisti, non certo per consegnare quei territori alla Jugoslavia. In questo quadro, c’è sinistra e sinistra. Ricordo che Togliatti diede del fascista pure a Rosselli. E, purtroppo, una tale mentalità, a certi livelli,  sopravvive anche oggi: o stai con me o sei fascista. Una pena.

4. La Seconda guerra mondiale ha prodotto ferite che non guariranno mai. Leggendo “Eredità colpevole” emerge una verità che è anche una necessità, quella di non dimenticare. Si può dire che solo tenendo viva la memoria è possibile essere vigili, affinché non si operino revisionismi di parte?

Io, da quando ho scritto il mio primo romanzo “Massacro per un presidente”, non faccio che tener viva questa memoria. Tanto da non cadere nell’errore di perpetuare l’ostilità nei confronti dei croati e degli sloveni, ma anzi di cogliere gli elementi che ci hanno accomunato per tanti anni sulla nostra terra comune. Parlo naturalmente degli istroitaliani, istrocroati e istrosloveni. Non a caso, ho strettamente collaborato con grande amicizia con due ambasciatori croati, l’istriano Drago Kraljević e il fiumano Damir Grubiša nella prospettiva comune di superare le ferite che i totalitarismi hanno lasciato nei nostri territori.

5. Guido Lednaz è un uomo integerrimo che non si lascia sedurre da certi facili sillogismi, pensa con la sua propria testa, consapevole che la Storia ha tante sfumature e che bisogna considerarle in una prospettiva ragionevolmente critica, evitando di lasciarsi sopraffare dal dolore.

Sono un libertario, cultore della libertà individuale, che fin da ragazzo ha cercato di pensare con la propria testa, cercando di evitare di sottoporla a quei lavaggi a cui molti tendono preferendo schemi di pensiero che corrispondono a precise ideologie. Per questo guardo con sospetto a chi cede il possesso di se stesso, delle proprie idee, del proprio sentire aderendo a parole d’ordine quando non addirittura dogmi dettate da enti superiori quali sono lo Stato o la Chiesa, a qualsiasi confessione appartenga, o movimenti di tipo woke, i cui gruppi di potere tendono, il più delle volte ricorrendo alla paura, a invadere la sfera del privato,  imponendoti il loro credo su ciò che è giusto o sbagliato, buono o cattivo. In poche parole a spingerti al conformismo. Un pericolo che  si sta allargando sempre più e la cui deriva totalitaria sta condizionando paurosamente anche le società liberali.

Diego Zandel

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Rosella Postorino, “Mi limitavo ad amare te” – recensione di Michela De Mattio

Rosella Postorino

Mi limitavo ad amare te

Rosella Postorino indaga le contraddizioni dell’esistenza e sembra dire che salvarsi, a volte, significa perdere tutto.

di Michela De Mattio

Mi limitavo ad amare te - Rosella Postorino - Feltrinelli

“Omar ha dieci anni e passa le giornate alla finestra sperando che sua madre torni: da troppi giorni non viene, e lui non sa più nemmeno se è viva. Suo fratello gli strofina il naso sulla guancia per fargli il solletico, ma non riesce a consolarlo. Senza la madre il mondo svapora. Solo Nada lo calma, tenendolo per mano: soltanto lei, con i suoi occhi celesti, è per Omar un desiderio. Ha undici anni, sulla fronte una vena che pulsa se qualcuno la fa arrabbiare, e un fratello, Ivo, grande abbastanza da essere arruolato. Nada e Omar sono bambini nella primavera del 1992, a Sarajevo. Per allontanarli dalla guerra, una mattina di luglio un pullman li porta via contro la loro volontà. Se la madre di Omar è ancora viva, come farà a ritrovarlo? E se Ivo morisse combattendo? In viaggio per l’Italia, lungo strade ridotte in macerie, Nada conosce Danilo, che ha mani calde e una famiglia, al contrario di lei, e che un giorno le fa una promessa.”

***

Come nel romanzo vincitore del Premio Campiello 2018, “Le assaggiatrici”, Rosella Postorino indaga le contraddizioni dell’esistenza e sembra dire che salvarsi, a volte, significa perdere tutto. Mi limitavo ad amare te (Giangiacomo Feltrinelli Editore) narra la condizione umana di personaggi che hanno vissuto l’esperienza dell’orfanotrofio pur avendo dei genitori e che si salvano venendo in Italia. Omar, Nada e Danilo sono tre bambini danneggiati all’origine, strappati anche dalla loro terra e scagliati verso l’ignoto. Tre bambini che devono fare i conti con ciò che li ha segnati, in cui la vita continua a pulsare inesorabile nonostante il dolore. Le donne sono raccontate attraverso lo sguardo dei figli. Sono madri abbandonanti per salvare i propri figli, madri che rivendicano la propria indipendenza dai figli, madri adottive. Mari e Matte, i genitori affidatari di Omar e Sen, portano nel romanzo la complessità dell’adozione. Si ritrovano a fare i conti con il buco nero iniziale dell’abbandono di un figlio, quello che adotti. Omar, Nada e Danilo devono salvarsi dall’idea della madre ma qualunque forma di salvezza implica un costo, un sacrificio d’amore.

“Mi limitavo ad amare te” di Rosella Postorino è un romanzo che mi è venuto a cercare. È accaduto prima della sua uscita, così ho iniziato il conto alla rovescia fino al 31 gennaio 2023. Intuivo che questa storia mi riguardava, ma non potevo immaginare quanto e come. Sono triestina, quella è stata la guerra della mia gente. Il triestino è balcanico nel DNA. Nessun triestino è esente dall’avere parenti serbi, croati o bosniaci. Si parla tanto dell’importanza della memoria, del fatto che ricordare è il solo modo per metterci al riparo, ma è retorica. La storia non insegna, perché la sua narrazione viene manipolata in senso propagandistico. La Guerra dei Balcani è stata la guerra dimenticata per eccellenza, perché scomoda. Una guerra che non faceva paura all’Europa e che, quindi, si poteva lasciare sullo sfondo. I Caschi blu sono stati inviati per mantenere la pace dove la pace non c’era. C’era solo l’assedio. Rosella Postorino non conosce retorica e nemmeno propaganda. La sua ricostruzione storica è ineccepibile, ma lo senti, mentre leggi, che la scrittrice deve aver indossato le scarpe di Omar, di Nada e Danilo, che deve aver percepito nel proprio corpo che quei ragazzi, sui quali cadevano le granate, erano uguali a lei, ascoltavano la sua stessa musica e indossavano i Levi’s 501. Rosella Postorino ha contezza che il corpo non è un accessorio, che nessuno può esistere se non passando da esso, che l’io è dentro al corpo ed è per questo che sa dare vita come pochi altri autori, a corpi che parlano. Non basta leggere L’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa per scrivere ćevapi e non ćevapčići e scrivere Cetinici. Perché solo a Sarajevo i ćevapčići li chiamano ćevapi e i cecchini serbi, Cetnici.

Rosella Postorino“Ma dalla madre chi ti salva?”, scrive Elsa Morante nel suo romanzo “L’isola di Arturo”. Questa domanda me la sono posta durante tutta la lettura di “Mi limitavo ad amare te”. Una domanda come un’ossessione. «E cosa significa davvero essere figli?», avrei voluto domandare a Rosella Postorino. Ho provato a rispondermi da sola: «forse è portare una ferita nella carne e nell’anima per tutta l’esistenza.» Perché possiamo essere madri o padri oppure non esserlo, ma ciò che è certo è che siamo tutti figli, che ognuno di noi per esistere deve separarsi dalla madre e che la prima esperienza, per tutti, è lo strappo. Incappiamo tutti nell’inconveniente di essere nati e la parentela è un incidente che ci segna e ci determina in modo crudele. Ho letto questo romanzo con una sensazione di nudità e avrei voluto domandare ancora a Rosella: «Ma chi ti ha parlato di me?» Sono stata Omar coltivando la fede di ritrovare una radice materna originaria. Come Omar sono stata una fondamentalista dell’amore filiale. Sono stata Danilo che non è orfano ma lo diventa. La madre di Danilo lo ha messo sul pullman perché potesse stare tranquillo e ha potuto separarsi da lui, ma non da sua sorella. È stato lui l’escluso, il diverso che ha trovato il coraggio di iniziare a desiderare per sé, perché il desiderio è la sola forma di salvezza e se smettiamo di desiderare, la vita diventa sopravvivenza, mera biologia. E sono stata Nada così tante volte da non riuscire a contarle. A Nada manca un dito, l’anulare. Il dito della fede, il dito della fiducia. Nada che non crede di aver diritto di essere amata e accettata, che si sente uno scarto, rifiutata all’origine.

“Cosa facevo io mentre durava la Storia? Mi limitavo ad amare te”, scrive Izet Sarajlić. Quando gli eventi storici si abbattono sulle nostre vite e le distruggono, possiamo solo continuare ad amare aggrappandoci alle relazioni che il destino ci ha concesso. Inciampano uno nell’altro, Omar, Nada e Danilo. Nada è il perno di tante vite, è stata testimone del dolore di Omar e questo li unisce per sempre. Nada è anche forma di desiderio per Omar. Danilo è forma di desiderio per Nada. Sono ciascuno per l’altro: mancanza, desiderio, sostegno, protezione, tradimento, dolore, paura. Spesso le persone più importanti della nostra vita non sono quelle che scegliamo. Ci capitano addosso come incidenti. È il destino a farci incontrare. Vale per i genitori, per l’amicizia e l’amore. Prima c’è l’inciampo, la scelta viene dopo. La scelta di continuare a camminare accanto a quella persona. Un’ultima cosa sulla scrittura di Rosella Postorino: chirurgica e nello stesso tempo poetica. Non c’è parola che non sia curata, esatta, insostituibile. L’utilizzo della terza persona e la focalizzazione interna multipla rendono questi personaggi persone in carne e ossa.

Sono inciampata in “Mi limitavo ad amare te” di Rosella Postorino e scelgo di tenerlo sul mio comodino, assieme ai libri che più amo.

Leggetelo. È un romanzo pieno di luce.

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Sonia Vatteroni, intervista all’autrice della silloge “Un quarto di secondo” [Poesie]

Un quarto di secondo [Poesie]

Intervista a Sonia Vatteroni

L’immortalità ha vita breve, è un ossimoro

di Giuseppe Iannozzi

Un quarto di secondo - Sonia Vatteroni - Oltre Edizioni

1. Sonia Vatteroni, “Un quarto di secondo [poesie]” (OLTRE Edizioni) è la tua nuova silloge poetica; l’introduzione porta la firma di Marzia Margherita Dati Graham che, con decisione e senza compromessi, evidenzia che «il poeta pone il lettore di fronte al dilemma del possibile e autentico senso dell’esistere in relazione all’eternità e a quello “spazio di luminosa distruzione” che è la morte.» Sonia Vatteroni, la poesia sarebbe in grado di eternare chi la mette nero su bianco?

È l’istante immortale quello di cui parlo quando scrivo di luminosa distruzione e se il poeta riesce in quel transito … prima che tutto si distrugga … scrive poesia. Come vedi l’immortalità ha vita breve, è un ossimoro. Questo naturalmente vale per la creazione poetica, non per i poeti: qualche immortale direi che c’è!

2. La prima sezione del tuo libro, “Per un whisky o per un tè”, si apre con delle poesie dedicate a un gran numero di poeti. Thomas Stearns Eliot sostiene che «l’unico modo per manipolare qualsiasi tipo di versetto inglese, è attraverso l’assimilazione e l’imitazione.» Sonia Vatteroni, sei tu dello stesso avviso? Perché? E, i poeti ai quali sono dedicate le tue liriche sono quelli che hanno maggiormente influenzato il tuo modo di sentire il mondo?

A volte tutto è più semplice di quanto si pensi: il mio è soltanto uno studio col quale cerco di imparare e migliorare la mia scrittura. Mi è stato regalato un libro, l’ho letto e riletto e mi sono detta: – Questi poeti sono dei grandi e lo sono per me; ci trovo qualcosa di mio, una voce o un contenuto che mi somigliano. E allora imparerò qualcosa se approfondirò come e cosa hanno scritto. Semplicemente.

3. In “I fiori dell’Anima, seconda sezione di “Un quarto di secondo [poesie]”, i tuoi versi descrivono il ciclo della vita? Simboli prettamente cristiani e archetipi decisamente antichi convivono nelle tue liriche, che lasciano intendere che la resurrezione, seppur difficoltosa, è possibile!

Anche qui tutto parte dalla lettura di un saggio di Ugo Volli, “Fiori e piante nella tradizione ebraica antica”. Così ho cercato il mio fiore, la mia pianta dell’anima sempre in relazione a quanto essa contiene già di simbolico e di tradizione.

4. In “A chi parlerò domani?”, nella terza sezione del tuo lavoro, i tuoi versi sono pregni di pessimismo, di un dolore che non nascondi: «[…] E sono stata fuoco/ perché lo sento ancora/ al momento ardo piano/ in lenta combustione.// Ma è una notte d’agosto/ sono fiammella blu/ luce di fuoco fatuo// e presto svanirò.» A chi speri di poter parlare domani?

Come tutti, credo, a chi abbiamo amato e a chi ci ha amato. Come i poeti, credo, attraverso la parola scritta che ci sopravvive.

Sonia Vatteroni

Sonia Vatteroni: https://www.facebook.com/sonia.vatteroni.75

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Antonio (Nino) Zorco – Ma io in guerra non ci volevo andare – Introduzione e cura di Diego Zandel / Postfazione di  Roberto Spazzali – OLTRE Edizioni

Antonio (Nino) Zorco

Ma io in guerra non ci volevo andare

Fiume-Mülhdorf/Dacha e ritorno (1944-1954)

Introduzione e cura di Diego Zandel

Postfazione di Roberto Spazzali

OLTRE Edizioni

Antonio (Nino) Zorco - Ma io in guerra non ci volevo andare - Oltre Edizioni

Antonio Zorco, detto Nino, è l’autore di questo libro di memorie centrate soprattutto sul suo arresto, nell’agosto del 1944, da parte dei tedeschi, sulla sua detenzione ai lavori forzati nel campo di concentramento di Mühldorf dal 9 settembre 1944 al 4 agosto 1945 e sull’immediato dopoguerra, quando, tornato a Fiume, la sua città natale, la trova occupata dalle forze jugoslave e vede i suoi vecchi amici d’infanzia un po’ alla volta andarsene in esilio, chi clandestinamente – come farà una delle sue due sorelle non appena sposata con uno dei suoi migliori amici – chi legalmente, dopo essersi visti espropriare tutti i beni dal potere comunista, chi suicidandosi. Anni che risultano fondamentali per capire, attraverso le drammatiche vicende personali di un tranquillo uomo qualunque, cosa è successo a Fiume, e nella Venezia Giulia in generale, negli anni della guerra in seguito alla occupazione prima tedesca e poi jugoslava. Quel progressivo sentirsi stranieri in casa propria dove, nel giro di pochi mesi, a prendere il sopravvento in città in maniera del tutto inarrestabile, agli ordini di Belgrado, è altra gente, un’altra lingua e cultura, altri costumi, dando così avvio a un processo di cambiamento radicale dell’humus secolare proprio delle terre istriane e della città di Fiume, da far sentire estranei in casa propria i pochi italiani a cui è capitato di restare. L’introduzione al libro di Diego Zandel, nipote dell’autore, e la postfazione dello storico Roberto Spazzali, aiutano a contestualizzare le drammatiche vicende personali qui narrate nel quadro famigliare da una parte e storico dall’altra di cui Antonio Zorco è stato, suo malgrado, uno delle migliaia e migliaia di protagonisti.

lager - detenuti

Antonio Zorco, detto Nino, era nato a Fiume nel 1925 da genitori istriani di Visignano d’Istria. Renitente a qualsiasi leva, nel 1944 venne arrestato dai tedeschi e costretto, come civile, a entrare nell’organizzazione di lavori forzati Todt in Germania, nel campo di concentramento di Muhldorf, dove restò fino alla fine della guerra e da dove tornò con mezzi di fortuna e malato in Italia, nell’agosto del 1945. L’occupazione di Fiume da parte delle truppe titine ritardò il suo ritorno a casa. Quando gli fu possibile, scoprì la città svuotata di amici e parenti, di tanti fiumani, e abitata da gente proveniente dalle più diverse parti della ex Jugoslavia, condizione che lo fece sentire – come ha scritto nel suo diario – “uno straniero a casa propria”. Due volte fece richiesta alle autorità jugoslave di andare in Italia: gli vennero negate. Lavorò per tutta la vita come tecnico nella raffineria di Fiume, dove morì nel 2003.

Ma io in guerra non ci volevo andareAntonio (Nino) Zorco – Introduzione e cura di Diego Zandel – Postfazione di Roberto Spazzali – OLTRE Edizioni – Collana: Letture dal mondo – Prima edizione: 7 febbraio 2023 – Pagine: 122 – ISBN 9791280075505 – Prezzo di copertina: € 16.00

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Massimo Emanuelli – L’avventurosa storia della Radio pubblica italiana. Dall’Araldo Telefonico a RadioRai cent’anni di radio. Prefazione di Umberto Broccoli

Massimo Emanuelli – L’avventurosa storia della Radio pubblica italiana. Dall’Araldo Telefonico a RadioRai cent’anni di radio. Prefazione di Umberto Broccoli

Gammarò Edizioni

L'avventurosa storia della Radio pubblica italiana - Massimo Emanuelli - Gammarò Edizioni

I due volumi vengono racchiusi e venduti  in cofanetto.

I° Volume

Nell’opera si ripercorre la quasi centenaria storia della radio italiana attraverso i suoi conduttori, i programmi che ne hanno fatto la storia, le canzoni lanciate dalla radio, i funzionari, gli effetti del media sulla politica e sul costume italiano. In due volumi viene raccontata l’avventurosa storia della radio pubblica italiana che nel 2024 festeggerà il proprio centenario. In questo primo volume vengono raccontati la nascita della radio in Italia, i primi divi della radio (Maria Luisa Boncompagni, Nunzio Filogamo e Nicolò Carosio), le prime trasmissioni popolari (I quattro moschettieri); la radio del dopoguerra con Mike Bongiorno, Vittorio Veltroni, Alberto Sordi, Mario Ferretti; le trasmissioni storiche come Ciak, Domenica sport, L’approdo, Sorella radio, Vi parla Alberto Sordi, il giornale radio, Radio sera, i Gazzettini regionali.

E ancora: l’ideazione del Festival di Sanremo (che nasce come trasmissione radiofonica), la nascita di Tutto il calcio minuto per minuto, con Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Roberto Bortoluzzi; le trasmissioni sportive, i radiodocumentari, il teatro in radio, Un disco per l’estate. Corrado, Enzo Tortora, Sergio Zavoli, la nascita della filodiffusione e del Notturno italiano.

L’informazione radiofonica attraverso i GR: Vittorio Veltroni, Antonio Piccone Stella, Sergio Zavoli, Gustavo Selva, Mario Pinzauti, Marcello Sorgi, Antonio Caprarica, fino all’attuale direttore del GR1 (nonché di Radio1 e Gr Parlamento) Andrea Vianello, che iniziò la sua attività giornalistica proprio in radio. Dai primi esperimenti di Guglielmo Marconi all’Araldo Telefonico, dall’URI (Unione Radiofonica Italiana, prima emittente italiana) alla sua trasformazione in EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche). La radio di Mussolini, la radio democristiana, la trasformazione dell’EIAR in RAI (Radio Audizioni Italiane). Eventi politici, sportivi, di cronaca e di costume raccontati attraverso le trasmissioni e i conduttori della radio.

II° Volume

1966-2022: la radio resiste nonostante la nascita della tv e negli anni ’60 grazie ad alcuni dirigenti illuminati (Leone Piccioni, Luciano Rispoli e Maurizio Riganti) e vive una seconda gioventù: Bandiera gialla, Per voi giovani, Supersonic, Popoff, Gran varietà, La corrida, Batto quattro, Il gambero, Hit parade, Dischi caldi, Alto gradimento, Chiamate Roma 3131. Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Paolo Giaccio, Mario Luzzatto Fegiz, Andrea Camilleri, Maurizio Costanzo e Paolo Limiti radiofonici; Enrica Bonaccorti, Cararai, Andata e ritorno, Voi ed io, Pomeriggio con Mina, Prima pagina, Radio anch’io, Via Asiago Tenda. La riforma della Rai, la nascita dei tre Gr. La rottura del monopolio (già incrinato da Radio Montecarlo, Radio Capodistria e dalle emittenti pirata straniere) e la Rai che deve fronteggiare la concorrenza della radio libere, la nascita di Raistereo1, Raistereo2 e il successo di Rai Stereo Notte, Carta bianca, Onda verde, La telefonata, Black out e il Fabio Fazio radiofonico. La nascita dei network privati. In questo secondo volume si parte con i “favolosi anni ’60” e si giunge alla fine del 2022.

La radio nella seconda Repubblica, Radio Zorro di Oliviero Beha, Il ruggito del coniglio, Hollywood party, Radio3 Suite, Ho perso il trend, Zona Cesarini. Il ripristino del Gr unificato, Michele Mirabella e Toni Garrani, Fabio Fazio, Andrea Vianello, Dario Salvatori, Carlo Massarini, Gianluca Nicoletti, Umberto Broccoli, il ritorno in radio di Enrica Bonaccorti, Paolo Limiti, Maurizio Costanzo, Con parole mie di Umberto Broccoli. La radio del nuovo millennio: la nascita di Gr parlamento, di Isoradio, Radio3 Classica e di nuovi canali di Radio Rai. L’evoluzione tecnologica: dai primi apparecchi radiofonici passando per i transistor, le autoradio, l’avvento di internet, i podcast, l’interazione con i social, il Dab, la radiovisione.

La radio ha segnato i tempi della storia, ha annunciato per prima eventi epocali, ha lanciato cantanti e artisti, ha fatto nascere programmi che poi hanno avuto successo in televisione, ha tenuto e tiene compagnia alle persone. Fabio e Fiamma, Un giorno da pecora, Viva Radio 2, Fiorello e Marco Baldini, Radio2 Social Club con Luca Barbarossa e Andrea Perroni, FarenheitIl ruggito del coniglio, Caterpillar, Zapping, I lunatici, Morgan con Cantautoradio, fino alle ultime trasmissioni ormai appuntamenti fissi dei canali radiofonici di Stato. Cento anni della radio musicale e non restano negli occhi (e nelle orecchie) le immagini e i suoni che hanno caratterizzato le varie epoche. Cent’anni di storia della radio pubblica italiana attraverso le trasmissioni, i conduttori, i registi, gli autori, i dirigenti che hanno contribuito a farne la storia. Da Maria Luisa Boncompagni a Luca Barbarossa. Una storia per chi la radio l’ha ascoltata e l’ascolta, per chi l’ha fatta la fa. “Chi fa la radio deve costruire un percorso, elaborare un pensiero, immaginare come comunicarlo, fare in modo di trasformare le parole in immagini, nella mente dell’ascoltatore. E’ il teatro della mente nel quale chi ascolta è parte attiva esattamete come chi parla dietro a quel microfono. Chi ascolta è al tempo stesso scenografo, regista e autore così come lo è chi parla” (dalla prefazione di Umberto Broccoli).

Massimo Emanuelli - disegno di Riccardo Lenski

Massimo Emanuelli – disegno di Riccardo Lenski

Massimo Emanuelli, docente e speaker radiofonico, da oltre 30 anni conduce la trasmissione radiofonica L’angolo della scuola, da dieci anni conduce anche la trasmissione Stile italiano, la storia della canzone italiana raccontata dai suoi protagonisti. È l’organizzatore del Premio Gigi Vesigna (intitolato alla memoria dello storico direttore di Tv Sorrisi e Canzoni) che ogni anno premia un personaggio del mondo dello spettacolo.

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Massimo EmanuelliL’avventurosa storia della Radio pubblica italiana. Dall’Araldo Telefonico a RadioRai cent’anni di radio – Prefazione di Umberto Broccoli – Gammarò Edizioni – Collana: Le Bitte – Prima edizione: novembre 2022 – Pagine: Vol. 1: 638 – Vol. 2: 616 [in cofanetto] – ISBN: 9791280649102 – Prezzo di copertina: € 59.00

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Lettera alla Costituzione. Con l’ultima lezione di Valerio Onida – Matteo Zuppi – Edizioni Dehoniane Bologna

Matteo Zuppi

Lettera alla Costituzione

Con l’ultima lezione di Valerio Onida

Dehoniane

Matteo Zuppi - Lettera alla Costituzione - Dehoniane

Descrizione

Scrivere alla «cara Costituzione» era stato per il cardinal Matteo Zuppi «un’occasione per sottolineare la necessità di ricostruire, nel pieno della pandemia, quel senso civico nazionale che, dopo la catastrofe bellica, aveva permesso di dare vita a un patto costituzionale sul quale è fondata la Repubblica» (dalla postfazione). Zuppi e Valerio Onida, con linguaggi diversi, il primo con una lettera, il secondo in un dialogo con gli studenti, avvertono sulla necessità di andare oltre la Costituzione per superare le anguste barriere nazionali, affidandosi a istituzioni sovranazionali in grado di perseguire un bene che sia davvero comune.

Sommario

Lettera alla Costituzione (Matteo Zuppi).  Domande sulla Costituzione (Valerio Onida).   Postfazione. Nota alla Lettera sulla Costituzione (Pierluigi Consorti).

Note sull’autore

Matteo Zuppi si è formato nella comunità di Sant’Egidio, prete dal 1981. Don Matteo viene incardinato a Roma dove diventa parroco e dal 2012 vescovo ausiliare. Arcivescovo di Bologna dal 2015, cardinale dal 2019. Il 24 giugno 2022 è eletto dai vescovi e nominato dal papa presidente della Conferenza episcopale italiana.

Valerio Onida (1936-2022) è stato giudice e presidente della Corte Costituzionale. Ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Milano, ha presieduto il comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura, è stato presidente della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII e dell’Istituto Parri.

Pierluigi Consorti, giurista, professore ordinario nell’Università di Pisa, è presidente dell’Associazione dei professori universitari della disciplina giuridica del fenomeno religioso (Adec).

Lettera alla Costituzione – Sottotitolo: Con l’ultima lezione di Valerio Onida – Matteo Zuppi – Postfazione di Pierluigi Consorti – Edizioni Dehoniane –  Prima edizione: 19 settembre 2022  – Pagine: 72 – Collana: P6 Lapislazzuli – ISBN: 9788810565186 – Prezzo di copertina: € 10,00

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